
Nei giorni scorsi è stato lanciato l'ennesimo comunicato stampa di allarme globale dalla FAO: "per la prima volta nella sua storia, l'umanità ha superato la soglia del miliardo di persone che soffrono la fame". Nessuno o quasi sembra voler riflettere su due aspetti fondamentali del problema:
1) l'umanità non aveva mai raggiunto prima la soglia di 6 (forse quasi 7?) miliardi di unità!
2) un mondo in crescita numerica esponenziale non potrà che vedere esponenzialmente aumentare i suoi problemi di approvvigionamento, specialmente se destina la maggior parte delle sue risorse alimentari per nutrire animali da macello, che siano di piccola o media e grossa taglia.
Come diciamo da più di un decennio, gli animali da ingrasso non assorbono soltanto nutrienti che potremmo mangiare noi stessi ma, anche, grandi quantità di acqua, e combustibili fossili, oltre che tonnellate di antibiotici e altri medicinali.
Finalmente anche Greenpeace e Beppe Grillo hanno dato un'occhiata al libro di Jeremy Rifkin "Ecocidio, l'ascesa e la caduta della cultura della carne", e si sono resi conto che "la massaia che compra al supermercato una bistecca, o in un negozio del centro un paio di scarpe, una borsa di marca o un cosmetico è complice inconsapevole della distruzione della più grande area verde del pianeta", vale a dire l'Amazzonia.
Anche la trasmissione Report ha dedicato un'intera puntata alla questione dei consumi di carne e dei relativi rischi ambientali e per la salute umana ma è necessario capire che per modificare i nostri stili di consumo ci vuole, prima di tutto, una generale presa di coscienza politica dei rischi cui stiamo andando incontro...
In altre parole, è come se i Paesi più ricchi del globo non siano soltanto responsabili di affamare direttamente i Paesi meno sviluppati attraverso l'esproprio delle risorse minerarie o petrolifere ma stiano ingrassando miliardi di animali a discapito della possibilità di nutrire con cereali e soia le popolazioni del secondo, terzo e quarto mondo.
Di fatto, i bovini e i suini allevati intensivamente, consumano risorse come se sulla Terra vivessero altri nove miliardi di persone!
L'Italia non fa eccezione in questa generale schizofrenia alimentare: secondo gli autori della puntata di Report citata, Michele Buono e Piero Riccardi, "In Italia siamo 60 milioni di abitanti e consumiamo circa un centinaio di chili di carne a testa, per lo più come in Europa e negli Stati Uniti. E così per soddisfare i nostri appetiti macelliamo circa 500 milioni di polli all'anno, 4 milioni di bovini e 13 milioni di suini, ma siccome non ci bastano il resto lo importiamo".
Pensare che i singoli cittadini, le persone, possano comprendere realmente la gravità di questi dati e porvi rimedio da soli - per esempio riducendo i consumi di carne e derivati del 30% da subito - è pura utopia, senza una massiccia campagna di informazione che dovrebbe essere attuata a livello governativo gentrale e periferico e dalle istituzioni sovrannazionali dell'Unione Europea.
Ma questo non potrà avvenire se - come accade - l'Unione non sarà altro che un mercato unito, se non si procederà speditamente verso una rivoluzione culturale e sociale che smetta - prima di tutto - di considerare gli animali come se fossero dei sacchi di patate.
La dipendenza economica, sociale e anche psicologica, dalla carne e dai cibi carnei è un elemento su cui bisognerà riflettere e prendere provvedimenti di portata simile a quelli presi nel campo della prevenzione dell'alcolismo e del tabagismo anche perché, non dimentichiamolo, l'alimentazione carnea causa centinaia di migliaia di morti ogni anno per infarti, ictus, cancro al colon e malattie correlate.
Alessandro Arrigoni ed Enrico Moriconi